Sempre più vicino al traguardo di una vita, il simpatico napoletano parte bene al Trofeo Dimmidisì, schivando le mille insidie proposte da Martin Cuevas. I segreti del team italo-spagnolo e la questione politica. “L’ATP dovrebbe comunicare meglio i tornei Challenger e i soldi dovrebbero essere distribuiti in modo più corretto. Mi hanno chiesto di candidarmi al player council e ho detto sì”. Anche Pellegrino e Gaio agli ottavi, un acquazzone interrompe il programma (e il match di Lorenzi)

Bisogna lavorare tanto, ma il lavoro deve essere di qualità”. È una delle frasi preferite di Lorenzo Giustino, tra i giocatori più attesi al Trofeo Dimmidisì di Manerbio (46.600€, terra). Numero 130 ATP, ha scelto la Bassa Bresciana per raggiungere l’agognato traguardo dei primi 100. Accompagnato da coach Gianluca Carbone, ha vinto un match decisamente ostico contro Martin “Bebu” Cuevas. Un match durissimo, spettacolare, anche teso, che gli ha dato un posto negli ottavi. Il suo prossimo avversario sarà il russo Pavel Kotov, reduce dalla finale al Challenger di Segovia. Giustino ha saputo schivare le tante bucce di banana disseminate dall’uruguaiano. “Cuevas ha talento, gioca bene ma è vittima di tanti alti e bassi. Mi ha messo in crisi soprattutto con il servizio, c’erano alcuni momenti in cui non riuscivo a toccare palla – racconta Giustino dopo il 7-6 3-6 6-3 finale – inoltre è stato difficile mentalmente perché lui, a mio avviso, non è stato troppo sportivo. C’erano momenti in cui giocava al massimo, altri in cui si lamentava, parlava, lanciava la racchetta, discuteva… poi all’improvviso ricominciava a giocare bene”. Tra i due c’è stata anche una piccola discussione sul 4-2 nel secondo, quando Cuevas se l’è presa verbalmente con Giustino. È lo stesso Lorenzo a spiegare com’è andata. “Ha tirato una palla nettamente fuori, io ho confermato che la chiamata era corretta e ha iniziato a chiedere al suo angolo, non fidandosi di me. Voleva che cerchiassi il segno. Io sono un giocatore corretto, poi non era nemmeno un punto così importante. Non ha mai smesso di parlare”. Il merito di Giustino, perso il secondo set, è stato di custodire fino alla fine il break artigliato in avvio di terzo. Ha avuto una palla del 4-0, ma poi ha rischiato di farsi riprendere. “Ho pensato che se avesse recuperato il break sarebbe stata dura – afferma Giustino – sul 3-1 e 40-15 ero tranquillo, poi lui ha risposto tipo Kyrgios, mi ha tolto tranquillità e ho rischiato grosso. La ritengo una condotta antisportiva, comportarsi così toglie concentrazione, gioca a sprazzi e poi va a finire che ti batte. Non mi piace”. Nonostante le difficoltà, il napoletano ha raccolto l’ennesimo successo di una stagione che gli sta dando grandi soddisfazioni.

BASE IN SPAGNA, TESTA IN ITALIA

Il caso di Giustino è molto interessante perché ha uno staff “multiplo”. “Da qualche anno vivo a Barcellona con la mia ragazza. Dopo anni presso l’accademia Bruguera, ho iniziato a lavorare in quella di Pere Riba e il coach che mi segue è Eduardo Lopez, ma continuo a collaborare con Gianluca Carbone. Non potendomi trasferire, ma volendo proseguire con lui, abbiamo trovato questa buona soluzione. Di base sto in Spagna, poi lui mi segue per un determinato numero di settimane”. In Spagna c’è una mentalità particolare: i coach non pensano che il giocatore sia “di proprietà”, ma amano lavorare in gruppo. “Carbone e Lopez si sentono spesso e sono fortunato ad aver un coach come Gianluca, dalla mentalità all’avanguardia. È un tecnico capace, intelligente, sa cosa offrire e ha compreso le difficoltà logistiche. Ne abbiamo preso atto e trovato la soluzione”. Con questo setting, Giustino ha compiuto un salto di qualità notevole. Mostrando una notevole capacità analitica, ha spiegato cosa è cambiato nel 2019, partendo dalla frase menzionata all’inizio. “Ho sempre lavorato tanto, non mi sono mai tirato indietro, ma lavorare duro non significa arrivare per forza. Ci deve esser qualcuno che ti dica su cosa devi migliorare, e devi trovare la persona giusta. Può anche capitare di spendere molti soldi per un allenatore che non ti dica nulla di importante. Molti allenatori non hanno il coraggio di cambiare alcuni dettagli tecnici perché non vogliono assumersi il rischio. Personalmente mi piace essere consapevole di quello che faccio: con Gianluca e il team spagnolo ho migliorato step by step, eliminando i tanti piccoli errori che non mi facevano completare il mosaico. La cosa importante è eliminare gli errori, ancor prima che fare cose nuove. Anche quando viaggio da solo, mi segno su un libricino tutte le imprecisioni e poi ne parlo con i miei allenatori. Sono consapevole che le cose si fanno con pazienza, la soluzione non è sempre dietro l’angolo. Non è detto che neanche un coach bravo come Gianluca trovi subito la soluzione. Io ne sono consapevole, utilizziamo tanti strumenti come la videonalisi e alla fine arrivano i risultati”.

 

IL TENNIS NON FUNZIONA TROPPO BENE”

Oltre a vivere un ottimo momento di forma, Giustino è molto attento alle vicende sindacali dell’ATP. Quando gli chiediamo quali traguardi dovrebbe raggiungere per mettere da parte una buona cifra, si apre in mille riflessioni. “Non è tanto una questione di ranking: puoi essere anche numero 120 ATP, ma se hai giocato gli Slam e nel circuito ATP sei a posto. Se giochi soltanto i Challenger non vedi un euro. Nel tennis si è creata un’idea secondo cui vali solo se sei top-100, altrimenti sei negato. Non mi piace: sono convinto che se i giocatori da Challenger avessero ogni settimana una wild card per i tornei ATP, vincerebbero tranquillamente le loro partite”. In questo momento, il player council ATP sta vivendo un periodo di transizione. Con l’uscita di scena di alcuni elementi, hanno chiesto a Giustino se ha intenzione di candidarsi. “E io ho detto sì. Vedremo cosa succederà. Quanto alla distribuzione del denaro, mi capita spesso di parlare con i tour manager ATP. Loro dicono che l’ATP è un’azienda che vuole aumentare il proprio valore, e sostengono che sia complicato dare più soldi ai Challenger se non producono. Il problema è che loro sono i primi a creare una barriera tra l’ATP Tour e l’ATP Challenger Tour. Dovrebbe esserci una comunicazione più omogenea: non è possibile che la pagina Instagram dell’ATP abbia un milione e mezzo di followers, mentre quella dei Challenger appena 237. La mia idea è che il prodotto tennis non funziona bene: si danno troppi soldi a pochissimi giocatori, mentre gli altri muoiono di fame. Prendi gli Slam: messi insieme, fanno quasi lo stesso numero di spettatori della Champions League… non è possibile che i giocatori siano poveri. Un’altra cosa che mi fa arrabbiare è la pubblicazione dei nostri prize money: viene mostrata è la cifra lorda, ma non corrisponde in nessun modo al vero: tra tasse e spese vive rischi di andare in passivo. Quando ero piccolo, mio padre ha investito 100.000 euro per me. A un certo punto sono finiti e mi ha detto: ‘Se vuoi giocare a tennis, devi andare a lavorare’. E così è stato”. Frasi importanti, che fanno ancora più impressione se pronunciate da un giocatore molto forte, che sta vivendo il miglior momento della sua carriera.

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